Rinascita

Un seme piccino deposto chissà
da cosa, da quando, se sempre era lì
se parte di me che non mi conosco
ma ben faccio finta con anime altre.

Perché custodito, sicuro ed amato
col tempo, la fede, la pioggia e il bel sole
si accorga e la senta la terra in cui vive
che lì è stato posto da Mano potente.

Voce sottile ma ferma e decisa
racconta all’orecchio del piccolo seme
“tu fatto non fosti per termine avere,
ma solo un inizio, e per sempre fiorire”.

Un’anima bella da Dio regalata
è terra e custodia di un Bene che grande
così di più non esiste; destino felice
provato nel tempo con dure battaglie

su campi sconnessi che sembra sconfitta
sicura l’unica fine. Ma il seme piccino
già sente il comando, che solo se vuoi
radici, poi rami, poi foglie e germogli

e fiori diversi, e frutti e colori
son lì ad aspettare quel Sole che solo
può dire Parola di Amore, e il seme capisce:
ha detto il mio nome, ora vivo.

© Scampoli

Come vento sulla seta tutto passa

Come vento sulla seta passa questo tempo che tutto porta con sé; viandante misterioso che conosce la meta e non la racconta ai pellegrini, perché non si distraggano dall’oggi. Così anche questa volta, mentre si allontana dal giro di pista che tutti chiamano anno, ma che non ripete nulla se non i giorni del calendario e quegli strani nomi scritti sopra, testimoni del suo passaggio, patroni e – poco ormai – dispensatori di onomastici. Eppure il loro tempo l’hanno conosciuto, lasciando un testimone del loro esserci stati.

Un passaggio leggero il suo, anche qui e ora mentre scorrono queste righe; e più non torna a corregere gli errori di ortografia che le nostre scelte ignare a volte, consapevoli altre, scrivono istante dopo istante. Un poco ogni tanto, poi ti distrai un attimo e un giorno unico già è trascorso.

Una stretta forte, quella della sua mano, che non permette soste, con una marcia che a volte cura e altre ferisce, a tratti accompagna gioie e in altri momenti sussurra fatiche. Ma sempre ci porta, e ci mostra quel che siamo; non da vicino però, perché subito non ce lo dice. Aspetta paziente e quando siamo un po’ lontani, come chi non legge bene senza occhiali, ci mostra il disegno, il tratto, la storia; comprensibile a volte, insensata altre.

Rileggi la tua trama, sembra dire, capisciti da ciò che è stato, perché il prossimo bivio non ti spaventi, la prossima curva non ti dia pensiero anche se non vedi bene cosa c’è davanti, la prossima salita non ti scoraggi, e la discesa che troverai non ti esalti. Tutto passa, leggero come il vento sulla seta che non fa rumore al suo venire, e lo vedi solo perché si increspa.

Sa di essere indigesto tutto in una volta, e a noi si offre a piccoli pezzi di minuti, ore e giorni. Così che sempre con un pizzico di fiducia in più, come nelle prove di una divina commedia, impariamo ogni giorno a vivere quella parte unica che mai potrà essere di altri, che non avrà mai un copione già scritto: me stesso.

© Scampoli

Andiamo subito da lui

Era appena arrivato, lui con i suoi discepoli, dopo un giorno intero di cammino, ma la prima cosa che disse fu: “Andiamo subito da lui”. Andiamo subito, qui, ora, adesso, senza pensare a se stessi. Mi colpì più che tutto il resto, più delle chiacchiere, delle dicerie, dei racconti più o meno infarciti di dettagli secondo il numero di orecchie e bocche che avevano attraversato. E di quantità di buon senso che avevano trovato tra l’udito e la parola.

Ormai era da un po’ che lo seguivo, da lontano per la verità perché non sapevo che pensare di Lui. Visto e ascoltato da lontano, su di Lui se ne sentivano tante: chi raccontava dei suoi miracoli, chi delle sue parole; alcuni si sentivano toccati dentro quando li guardava, altri scappavano lontano. C’era chi credeva in Lui e in quello che predicava con l’esempio prima che con tutto il resto. Di sicuro doveva sopportare tanto odio da alcuni, come pure ricevere tanto amore da altri.

Ne ha guariti tanti comunque, e questo era innegabile vista la gran quantità di testimoni presenti. Forse per questo era scomodo, perché metteva a nudo le mancanze di alcuni. Di tutti in realtà, ma era tale la gioia di chi si sentiva guarito e perdonato per quel che aveva fatto, che davvero non si poteva che credergli quando diceva che era venuto per guarire, non per condannare. Il punto vero era che finché gli stavi lontano potevi credere a tutto, al bene e al male che di Lui si diceva, perché la distanza ti teneva al sicuro dal confronto. Ma essere trovati da lui era tutta un’altra cosa.

Era da vicino che tutto cambiava. L’aspetto, non so più se del corpo oppure dell’anima; la sua posizione rispetto alle cose del mondo; il tono di voce, il modo in cui apostrofava coloro che lo osteggiavano, come guardava e parlava a quelli che gli volevano bene. Di Lui dicevano anche che era tutto sommato un debole, buonista e disposto a perdonare tutto. Non era per niente così. Era con ciascuno esattamente come aveva bisogno. Sapeva rimproverare aspramente e far tacere chi lo meritava, e farsi confidare qualunque dispiacere o gioia.

Invece come cambiava il suo viso quando era contento. Un gesto di pentimento, una volontà sincera di diventare migliore, un sorriso che gli regalavano per una grazia ricevuta inaspettatamente, come lo facevano contento; bastava solo che leggesse una intenzione sincera, una speranza viva, una fiducia come di bambino; in quel caso andava contro tutto e tutti pur di sollevare quell’anima; e ci riusciva perché niente sembrava poterlo fermare.

A un certo punto divenne insopportabile per me rimanere nella nebbia di quelle dicerie; dovevo prendere la mia decisione, la mia direzione. Capii dopo che già quello era il suo modo di risvegliare il buono che era sepolto in me come sotto la cenere. Fu così che giunsi nei pressi della casa del suo amico di Betania, Lazzaro, ormai da qualche tempo malato, mentre vi arrivava con i suoi discepoli. La stanchezza era segnata sul suo viso come il calore sulla strada dopo un giorno di sole pieno. Ma anche stavolta non tenne nulla per sé, nemmeno il tempo per riposarsi un momento. “Andiamo subito da lui”, disse convinto quando gli dissero che una povera vedova era malata, e il figlio piccolo doveva elemosinare per le necessità quotidiane. Niente veniva prima delle persone e delle loro necessità.

Fu un momento, uno sguardo che non era stato dato per caso che il Rabbì mi rivolse mentre andava verso la casa di quella donna. Lo seppi nel momento stesso in cui fui visto. Nel preciso istante in cui fui trovato da lui. Passò proprio vicino a me, e bastò il gesto di una benedizione e di una carezza sul capo, di cui nessuno seppe mai nulla. Fu sufficiente quella per frantumare gli ostacoli e le funi che mi tenevano legato. La semplicità del suo messaggio di amore e di perdono, che invitava a essere buoni, e ad amare Dio e gli uomini nostri fratelli mi apparve in tutta la sua luce.

Ora toccava a me, ed ero finalmente libero di poter decidere. Parlai a lungo con i suoi discepoli, ascoltai ancora i suoi discorsi e vidi i suoi gesti, come quando si mise a servire ai tavoli in un convito di povera gente. Ultimo tra gli ultimi, eppure Maestro come non mai. Chi l’avrebbe mai detto che il mio Dio era disposto a tanto pur di avermi con Lui.

© Scampoli

I miei auguri di Natale per te

Mia amata creatura,
anche quest’anno ti scrivo e ti mando i miei più amati auguri di Natale per te, più attraverso gli eventi della tua vita quotidiana che non tramite questa lettera. Preferisco incontrarti lì nel tessuto delle tue cose di ogni giorno, dove la vita che ho disposto pensando a te si dispiega ora dopo ora, finché durerà il tempo.

Conosco i tuoi pensieri e so come questo tempo ti trova. Ma mi piace di più se me lo racconti, se ti apri con me; ricordo quando, agli inizi della creazione, io e i tuoi progenitori ci parlavamo in confidenza e affetto e – sprattutto – fiducia. Poi è successo quello che io non avrei voluto, ma che ero disposto a riparare a qualunque prezzo pur di avervi con me; che è ciò che ho compiuto per sempre. Questo io desidero: ritrovare un dialogo intimo con te, dentro la tua vita. Non altrove, non con altri, non facendo altro, non in un universo parallelo.

Inventare questo mondo, metterci tutto ciò che ti serve per far vivere questo tuo essere, nel corpo e nello spirito, spargere come piccoli semi cose belle un po’ ovunque, per fartele trovare come in una bellissima caccia al tesoro e strapparti un sorriso, un ringraziamento, un pensiero dolce rivolto a Me o ai tuoi fratelli; questo mi è piaciuto fare in totale assoluta libertà. Non ho lasciato né mai lascerò le redini di questo mondo, anche se può sembrare il contrario, e ricorda sempre che se ti ho pensato nella realtà in cui sei è perché di te mi fido, più di quanto tu pensi di meritare.

Spero tanto che tu capisca cosa è più importante in questo periodo, e in quelli che verrano. Le luci degli addobbi, i dolci natalizi, quel senso di festa che sta per arrivare, il presepe, l’albero, gli acquisti dei regali; tutto ha senso oppure no, dipende da cosa hai nel cuore, e di cosa tutto ciò è segno. Queste cose non hanno significato per se stesse.

Le luci siano segno della vera Luce che voglio darvi, che illumina il senso delle cose; gli addobbi siano segno delle buone abitudini (Io le chiamo ancora virtù) di cui vorrei tutti vedervi rivestiti; panettone e quant’altro siano segno della vera Dolcezza che vi voglio regalare, che è la mia gioia e pace dello spirito; la festa sia un principio di aurora di quella che sarà per sempre quando finalmente vi avrò riuniti tutti nella vostra vera casa; i regali siano segno della gratuità che occorre per occuparsi gli uni degli altri; l’albero significhi la vostra rinascita ad una vita nuova; il presepe… il luogo più prezioso del mondo dove ho scelto che nascesse il mio amato e prediletto Figlio primogenito, Dio eterno fatto debole carne pur di starvi vicino e raccontarvi della Nostra famiglia e della vostra vera casa.

Se hai bisogno, chiama; la tua fiducia e i tuoi piccoli atti d’amore per Me e per i tuoi fratelli sono un richiamo irresistibile, che mi attira a te come un mendicante d’amore a cui si dà l’obolo più prezioso. Ti abbraccio forte.

Tuo Padre Dio

© Scampoli

Il senso della saponetta

Ci sono giornate in cui il significato delle cose sfugge come una saponetta bagnata dalle mani, di quelle che la mamma usava per pulirti bene, incurante delle tue lamentele. Perché sapeva che dopo saresti stato contento, pulito e profumato. Forse anche ora vorresti sentirti pulito dalle scorie di un mondo che non capisci.

Eppure, anche se ti senti tirato in basso dal peso della tua giornata, non ti spieghi come fa quella lucina lì a rimanere accesa, sussurrando piano “fidati”, in un angolo nascosto eppure risplendente come lampada che illumina piano una stanza, ma con luce bassa perché non ti ferisca.

Quella piccola luce, dopo quella lettera, non si era più spenta, e ancora ti guida verso casa. È una lampada antica e nuova, di quelle che vanno ancora a olio. Meglio mettercene un po’, non si sa mai; ricordo una storiella che parlava di uno sposo che arrivava con la sposa al banchetto, chi non aveva la lampada accesa… Chissà dove l’ho sentita.

© Scampoli

(la lettera: https://scampolidivita.altervista.org/lettera-mia-figlia/ )

La strada verso Casa

Magari fosse così semplice andare a casa, si disse tra sé un giorno quell’anima. Aveva percorso tante strade, dentro di sé, molte più di quelle che aveva fatto – fuori – con i suoi piedi. Perché lo sanno tutti che i piedi dell’anima possono fare tantissima strada in un istante, e portarti in posti dove mai il cuore potrebbe arrivare da solo. Ha bisogno di compagnia, lui. Ma soprattutto ha bisogno di arrivare a casa sua, lì dove tutto un giorno senza tempo è cominciato, nella mente di Uno che non non conosce separazione tra pensiero, volontà, azione e realtà. In Lui tutto è uno, tutto è integro, ma soprattutto, tutto è casa.

Quella sera aveva tanti pensieri dentro, tutti di diversi colori, che come fiori senza vaso cercavano di sistemarsi tra loro in un qualche modo; che da soli tentano di fare un bel mazzo, ma che ci vuoi fare, se il giardiniere non ci mette del suo, sembra un’accozzaglia di petali e foglie. Anche quei fiori cercavano casa, e magari un posto dove mettere radici, per non appassire il giorno dopo. Ma bisogna arrivarci.

A sapere come fare, sarebbe un attimo. Se si sapesse dov’è e si avesse un buon navigatore, come sarebbe semplice: scrivo l’indirizzo qui, faccio cercare all’apparecchio la destinazione, e poi giusto il tempo di calcolare il percorso; dicono addirittura quanto traffico c’è lungo la strada. Come sarebbe bello potersi fidare di una rotta che hai deciso che sarà quella giusta. Perché alla fine sempre di qualcosa ti devi fidare, non fosse altro che del navigatore, che ha una mappa in pancia da qualche parte, un sistema (una magia, per noi umani) che fa calcoli e ti dice: per andare dove devi andare, ecco per dove devi andare. Si comincia girando di qua.

Certo anche così non sai cosa ci sarà nel mezzo, se ci saranno pedaggi da pagare, strade sterrate da fare, salite da afforntare, discese da guidare con calma, sentieri che devi lasciare la macchina e poi chissà come farai dopo, indicazioni da seguire senza distrarsi; ma anche se sbagli, parte il ricalcolo e dopo un po’… si dovrà fare qualche svolta in più, ma eccoci di nuovo sul percorso. Che bello poi sapere addirittura di essere atteso, lì dove deve arrivare, con una porta aperta e un abbraccio affettuoso ad attendermi.

Quell’anima sapeva bene qual era la sua meta: si chiamava felicità, pace, amore, armonia, serenità, amicizia, gioia. Tutti nomi diversi della stessa località: via del Cielo in centro al cuore, località anima, dove speri di ritrovare tutto, insieme con un Padre buono e la sua Famiglia, da cui tutti siamo un giorno partiti; a dispetto di tutto ciò che il tempo e la corruzione di questo mondo ti portano via ogni volta che arriva domani. Ma non sai come arrivarci.

Che fatica per quell’anima affidarsi ogni volta a una giornata, con la nostalgia di non poter avere un navigatore addosso; perché le ore di ogni giorno sembrano così banali, vuote e inutili, a volte.

In quel momento, quando vide lo stato d’animo di quella sua amata creatura, il Buon Pastore (anche lui era guida nel percorso del suo piccolo gregge) già sapeva cosa doveva fare. Gli dispiaceva non poter dire più chiaramente che proprio in quell’apparente monotona quotidianità, in realtà tante piccole cose, pensieri, ispirazioni e avvenimenti erano la voce narrante lungo la rotta che Lui aveva molto chiara, perché la mappa la conosceva tutta.

Ma sapeva dove la stava portando; conosceva la meta, e le difficoltà del percorso, e aveva ben chiaro che ne sarebbe valsa la pena, e che anche quell’anima l’avrebbe visto e capito. E quel giorno non gli avrebbe chiesto più nulla, quando una voce da dentro, potente come una carezza data con affetto, le avrebbe detto: “Sei arrivata, anima mia, ti stavo aspettando”.

© Scampoli

Una cosa in più

Oggi ho fatto un sorriso in più a un’anziana signora troppo intenta a seguire il suo carrello, e non importa se c’era traffico nella corsia del caffè e dei biscotti.
Ho portato un po’ più di pazienza con quell’auto davanti me, in cui due vite indecise dovevano capire che fare nella vita con il volante, le frecce, e quella luce dello stop che sembrava stanca di dar retta al pedale del freno.

Ho ascoltato con un po’ più di interesse le solite cose che in casa anche oggi due occhi familiari mi hanno raccontato, perché erano occhi che avevano voglia di comunicare.
Oggi ho dato un bacio in più a mia madre, che domani magari non avrei potuto dare, e le ho detto una volta in più che le voglio bene.

Oggi sono stato più attento al colore del cielo, a dove soffia il vento e al colore delle foglie che che ancora non si decidono ad andarsene dai rami che li ospitano.
Stasera ho salutato con un pensiero un po’ più lungo del solito una luna che col suo faccione pieno sembrava un sorriso di speranza anche nella notte che stava per iniziare, perché forse qualcun altro la stava guardando come me.

Ho mandato un pensiero in più a chi magari non potrà mai saperlo, ma chissà, magari gli succede qualcosa di bello.
Ho detto un grazie in più al mio Dio, perché mi sono reso conto improvvisamente che tutto questo me lo ha regalato lui.

© Scampoli

Due passi in silenzio

Ti prendo in silenzio per mano
su questo sentiero sconnesso e tortuoso
che porta più in là, più lontano
da giorni lontani, vicini,
amici o nemici. Chissà
se quel dosso, quel colle che sali
ti cela una svolta, una spiaggia,
verdi colline o una cima assolata.
Per ora due passi, poi venti e poi cento
accompagnano piano in un pieno silenzio
su un ponte malmesso
di un un fiume impetuoso
che sembra che grida più forte
del nido di piccole voci
che dentro nascondi,
e sussurrano piano: “speranza”.

© Scampoli

Tutto buio qui sotto

Era da troppo tempo nel buio. Il posto era freddo, umido, di una umidità che ti entrava dentro e sembrava non lasciare scampo. Quasi aveva l’impressione che lo facesse scoppiare di dentro tutta quella piccola acqua fredda che lo circondava da ogni parte. Non ricordava quando era stato messo lì. Forse poco, forse molto, ma sembravano secoli. Un giorno in quel luogo strano di cui non capiva il senso sembravano secoli. E non capiva se era davvero solo oppure no, perché quel mondo in cui a volte gli sembrava di essere sepolto lo circondava da ogni parte.

“Sono così piccolo, ma che vogliono da me” si ripeteva continuamente. “Che posso fare qui se non prendere freddo aspettando non si sa cosa”. Avrebbe voluto tagliare fuori tutto da se stesso, isolarsi e basta, stare in pace, senza sentire quel freddo sottile che sembrava spegnere il suo passato. eppure non si risolveva mai a farlo, in fondo non era per niente convito che chiudersi fosse la cosa migliore, per quanto apparentemente inospitale fosse quell’ambiente in cui stava. Era spesso sul punto di urlare di lasciarlo in pace, che dovevano andarsene tutti, ma alla fine non lo faceva mai.

Si sentiva consumare dal tempo, sentiva ogni giorno diminuire le sue riserve, e crescere il gonfiore dell’umidità che a volte lo soffocava quasi. Eppure, senza riuscire a spiegarselo, andava avanti, giorno dopo giorno, anche se non sapeva se fosse giorno o notte, lì dov’era. Quel piccolo seme non sentiva ancora il richiamo della terra buona che lo invitava ad aprirsi, e che piano, ogni giorno, gli donava le sue piccole essenze. Non amava ancora la terra, ma era questione di tempo, e di un po’ di pazienza e amore da parte proprio della terra che lo aveva preso in custodia per trasformarlo. Ormai mancava poco.

Il piccolo seme non seppe dire quando accadde. Ma quando capì che quella terra buia lo custodiva e lo preparava, e gli dava a poco a poco quello che aveva bisogno ogni giorno, cominciò ad affezionarcisi. Si rese conto che stava iniziando a cambiare, e che solo abbracciando quella terra prima così inospitale avrebbe potuto ricevere ancora di più da lei, che aspettava solo quel momento. La terra buona gli spiegò che si chiamavano radici, e che solo grazie a loro sarebbe potuto crescere. Loro dovevano confondersi con la terra, e cercarla sempre più. Avrebbe ricevuto tutto ciò di cui aveva bisogno. Ma doveva fidarsi della terra.

Non si era accorto di essere diventato più grande. Non sapeva che mancava poco alla luce, ma del resto non poteva vederla ancora, né immaginarla. Quel giorno, quando una piccola fessura nel terreno apparve, nessuno se ne accorse. Quando un piccolo germoglio vide la luce e sentì nuova forza non appena mise la sua prima gemma al sole, nessuno ci fece caso. Solo il sole lo sapeva, perché lo stava aspettando. Non parve vero al piccolo germoglio di aver conosciuto la luce, e fu pieno di gioia per questa scoperta. Ma per il piccolo seme di quercia fu solo l’inizio. Non sapeva ancora che avrebbe conosciuto l’estate e l’inverno, il sole e la luna, il vento, la coda degli scoiattoli che gli faceva solletico e i nidi con le piccole uova. Non era ancora arrivato fino al cielo.

© Scampoli

Una piccola oasi

Faceva caldo quel giorno, in quel periodo che riservava aridità e sole impietoso, quando mi stavo avviando verso la piccola oasi. Un posto nascosto, riparato dalla calura, non so se del sole o della vita, che con quel po’ di acqua che riusciva a recuperare dalle profondità, riusciva a fare meraviglie. Nessuno saprà mai da dove viene l’acqua delle oasi. Semplicemente c’è, e sostiene la piccola vita che le gioca intorno, con un gioco silenzioso che non senti se non lo vuoi ascoltare.

Nemmeno mi stesse aspettando, quella macchia di colore riparata da un mondo che non conosce le tinte vivaci; sentivo i rumori di quei piccoli salti che fa l’acqua prima di adagiarsi sul suo specchio trasparente, dove altra acqua ha già fatto conoscenza con quel piccolo ambiente. Era silenzio in quel luogo. Il più piccolo rumore si annunciava subito; il più tenue canto di creatura colorava subito l’aria di suoni. Non esisteva la fretta in quell’oasi, né occorreva aprire porte o chiedere complicati permessi.

Niente della sua preziosa acqua, a volte così scarsa altrove, andava perduto. Ma bisognava lasciare fuori tutto ciò che non centrava. Solo le intenzioni e i pensieri buoni potevano entrare a giocare con l’acqua. Misi le mani in quello specchio limpido, dove si poteva vedere il fondo, e scoprire che quell’acqua era pura, perché anche lei aveva lasciato indietro le sue scorie. Ne bevvi un po’, senza fretta, perché non va bene avere fretta lì. Era fresca, anche sotto quel sole, che non poteva piegarne la natura semplice.

Un po’ di ombra al posto giusto, un vento delicato che toglie il sudore delle corse di ogni giorno; riempii la mia piccola borraccia, perché mi potesse dissetare nel tratto di strada che ancora mancava; c’era un po’ di tempo. Trovai un buon posto dove adagiarmi, che si potesse vedere il cielo, l’acqua, la terra e il verde della vegetazione che sembrava ringraziare, inchinandosi all’acqua, del dono ogni giorno ricevuto.

Non so dire quanto rimasi, ma quando mi incamminai verso casa, con il rumore della borraccia piena che sbatacchiava nello zaino, mi accorsi che era più leggero. Eppure mi sembrava di non aver dimenticato nulla. Forse quei pensieri che prima di entrare avevo lasciato fuori, sulla sabbia, pesavano più di quanto pensassi.

© Scampoli