Quei ponti crollati

Strana questa vita, con le sue svolte impreviste, e con la sua definitività. Il tempo che passa a marcare ciò che è una volta per tutte, senza possibilità di correggere un tema che – stavolta – sento essere venuto proprio male, con una grossa sottolineatura a matita rossa. Era il mio tema, però.

Ritrovarsi ancora una volta a guardarsi indietro e vedere crollati quei ponti che sono parte di me e della mia storia, mentre si è costretti ad andare solo avanti. Un errore non voluto, una scelta sbagliata, una decisione presa da altri che ha toccato quel qualcosa di mio. E nessuno me lo ha chiesto, mentre senza saperlo si portava via un pezzo del mio cuore.

Seduto al bordo del sentiero delle mie giornate, custodisco tutto questo, e lo aggiungo alla mia storia, che mi interroga e mi chiede da che parte voglio stare, se da quella del rancore o sulla sponda dell’accettazione serena dei limiti propri e altrui. Lui lo sa da che parte vuole andare, e sta piano cercando di portare anche me, mentre mi racconta quel che sarebbe in un caso, e nell’altro.

Mentre guardo quel fuoco di ribellione che è destinato a spegnersi nel tempo, non posso non notare quella piccola brace, così diversa dalle altre, che piano mi sussurra il senso. Lotto con il mio orgoglio nell’accettare tutto ciò, e spero nella sconfitta, mentre ascolto un canto di pace che mi racconta che tutto ciò è stato perché sono destinato a guardare avanti, perché il mio passato lo custodisci Tu per sempre, con tutti i suoi errori segnati in rosso.

Ho guardato meglio, ed era il rosso del Tuo sangue, colorato di amore.

© Scampoli

Quei ponti crollati

Piccolo rimpianto

Quel piccolo rimpianto, questa volta si è fieramente dispiegato al vento della vita e dei sentimenti e non è più nascosto nell’angolo remoto dell’animo.

Proprio quella svolta mancata nella vita, ora che è venuta allo scoperto, perché ne hai parlato o perché ci hai fatto pace nel tuo animo, è diventata parte della tua storia; ora posso finalmente guardarla con affetto, e comprenderla nel mio senso, che con questa giornata aggiunge un tassello al mosaico della mia esistenza. Un disegno che ancora non vedo, nel quale però so per certo che mi riconoscerei.

Ma non sono così sicuro di essere l’autore dell’opera.

© Scampoli

Il mio piccolo rimpianto

Avrei potuto

Avrei dovuto dire che mi aveva fatto piacere rivederti, non è mica detto che leggi nei pensieri.

Avrei dovuto apprezzare quella cena qualunque preparata in un giorno qualsiasi, perché forse proprio oggi ne avevi bisogno.

Avrei dovuto notare che era stata fatta quella cosa che da tempo chiedevo, altrimenti sembra l’abbia detto solo per far presente ciò che non va.

Avrei dovuto essere più accorto a tavola, perché la camicia non si lava da sola.

Avrei dovuto ringraziare chi ha pensato a riporre ordinati i miei vestiti anche oggi.

Avrei dovuto aiutare il collega che mi ha chiesto sinceramente una mano, visto che siamo nella stessa barca.

Avrei dovuto farla io quella telefonata ricevuta dall’amico, prima di pensare che non chiama nessuno.

Ma se mi fermo un momento, e guardo bene, non vedo nulla che mi dica “devi”.

Così, ringraziando la libertà che mi è stata data penso tra me: “Non è vero che avrei dovuto. Avrei potuto. Ricominciamo…”.

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Avrei potuto

Un bel senso di colpa

Può sembrare paradossale parlare così del senso di colpa, che spesso ci blocca, ma da ingegnere quale sono di formazione, parto dalla considerazione della realtà in cui sono immerso per evitare di perdermi in un mondo solo ideale.

Quello stato d’animo che viviamo quando avvertiamo di “aver combinato qualcosa” mi assomiglia al tentativo del nostro animo di volerci allertare; qualcosa da qualche parte accende una spia rossa, e fa suonare un’eterea sirena. Il risulato è che mi sento a disagio, perché rispetto a un paradigma, a un modello, a delle aspettative su me stesso, a dei criteri morali cui voglio aderire, a delle attese che altri avevano su di me, al bene che qualcuno mi voleva, rispetto a tutto questo sono stato inadempiente, manchevole, magari volontariamente cattivello. Ed ora me ne dispiace.

Parlando a titolo personale, che qui è l’unico sensato, il principio originante di tutto ciò è in me molto profondo, estremamente radicato e inflessibile nel presentare il conto. Io la chiamo coscienza. Già ci sono passato da quelle parti, parlando di Esame, rendendomi conto che la facoltà da noi esercitata in quei momenti è pregiata, ed è espressione del meglio di noi, del principio spirituale che alberga nella nostra natura umana. C’è dentro tutto: emozione, memoria, capacità di analisi, giudizio su se stessi e sulla situazione sulla base di valori educativi, etici, morali e sociali, propositi di cambiamento e quindi atti di volontà positiva, dispiacere e quindi presa di coscienza di essere in relazione con altri; per non essere sterile e nocivo, ha però bisogno della nostra reazione. È qualcosa che ci interpella ed attende una risposta. Ma non sta ad attendere in eterno; se vogliamo prenderlo, quel treno è lì per noi, altrimenti prima o poi si stanca e se ne va.

Mi rendo conto che di “senso di colpa” ne esistono due tipi: uno sterile che ci blocca, dettato più spesso da condizionamenti, paure, senso di incompiutezza, confronto con un giudizio basato solo sulle regole; il secondo che ci invita a una conversione di rotta (anche da quelle parti ci sono passatao già), e ci dona una ripartenza e una dignità che nemmeno ci immaginiamo.

Nel primo caso quel senso di colpa non mi lascia vie di fuga, perché nasce dalla paura e dall’isolamento, mi fa cozzare contro una via chiusa, mi presenta un conto che non potrò mai saldare, perché di base sono fatto male e quindi non può che andare così.

Nel secondo caso il senso di colpa sfocia nel dispiacere. Ed è già affascinante pensare che in noi possa crescere uno stato d’animo simile. Poi la scelta viene lasciata a me; vengo come interpellato a capire meglio perché e dove ho sbagliato, e cosa posso fare per… appunto. Posso farci qualcosa. A me capire. Soprattutto mi par di capire che l’unico motivo che conta è che “mi dispiace”, “sono pentito di”, e niente più; proprio per questo voglio riparare e ricominciare.

Sono umano e per natura fallibile, ma un bel senso di colpa è solo segno che qualcuno ha avuto fiducia in me, e mi prende per mano. Avanti.

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Un bel senso d icolpa

L’unico treno o l’ultima occasione

Non si sa mai se sarà l’ultimo treno, oppure l’unico. Se e quando – dopo – ne passerà un altro. Ma per il momento quello di un attimo fa è andato. Come sempre questo pensiero nasce dalla terra dei giorni quotidiani, ed accende un lumino da un’altra parte, dentro. Un’analogia tra vita e pensiero che spesso lascia tracce, come briciole di Pollicino, e mi fa ritrovare la strada di casa.

Se faccio caso alle situazioni in cui avrei potuto o voluto anche dire o fare qualcosa, e invece ho lasciato arrivare, fermare e passare l’unico treno, scopro che il più delle volte dispiace; e mi rimane addosso un piccolo rimpianto, che suona più come incitamento per la prossima volta che come rimorso per quella passata.

Così succede che nel tentativo di non perdere le buone occasioni, qualcosa ogni tanto cambia. Non mi aspetto né voglio svolte epocali, né credo che servano, ma se anche solo una volta ogni tanto salgo a bordo di quell’unico treno che passa, le conseguenze nel loro piccolo mi affascinano.

Può concretarsi nel dire o fare una cosa che da tempo in me avrebbe voluto esprimersi, oppure nel ringraziare per quel favore che stavo dando per scontato, nel chiedere aggiornamento su quella situazione di cui sapevo; vista la facilità con cui il peggio si fa strada, dire ciò che vale credo contribuisca a pompare un po’ di ossigeno nella circolazione globale, in un mondo che su certe cose vedo molto asfittico. Difficilmente si rimane a mani vuote di rimando.

È proprio vero che abbiamo dentro una vocina che è stata creata per farsi dare ascolto, e per indicarci la direzione giusta; proprio come gli annunci delle stazioni: “è in arrivo sul binario…”. Stavolta ci salgo.

© Scampoli