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Scampoli di vita

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Se i nastri di partenza si potessero varcare una volta per tutte, molti l’avrebbero già fatto. Si ripropone ogni giorno, senza mai fallire un colpo; vorremmo evitare il passaggio dal “Via!”. Ogni tanto a Monopoli succedeva, qui no. Ma come nel piccolo circuito dove “Parco della Vittoria” era il terreno più ambito, il passaggio dal “Via!” qualcosa ci lascia. Forse non saranno le ventimila lire di giocosa memoria, ma chissà che la notte non abbia depositato qualcosa sul mio conto. Controllerò.

Per quanto riempia di buona volontà il mio animo, la partenza mattutina è spesso ardua; provo a volte la sensazione di un trasportatore che – guardando ciò che lo aspetta – vede soltanto una montagna da lavorarci su. Vista tutta in una volta fa scoraggiamento. Poi mi avvicino un pochino, e vedo che la montagna è fatta di pezzature più piccole. Che stia qui il problema della partenza? Che il calcolo della fatica da fare tenga conto della distanza dalla quale guardo, e più sono lontano più pare sopraffarmi?

Solo avvicinandomi con più fiducia a ciò che mi attende con indifferenza, scopro le cose fatte una alla volta. Non tutte insieme che non riesco nemmeno a vederle nella mia testa, e pesano sul mio animo. Così anche oggi, dopo un saluto, chi può la bevanda mattutina, davanti al mio strumento quotidiano, al mio ambiente solito, passo per un casello virtuale, prendo il biglietto, più o meno la direzione in cui andare è quella, non mi hanno dato il navigatore, e con movimenti consueti, ingrano la marcia che serve. Non è detto sia l’ultima, la strada è lunga, il motore deve tenere.

So che lì, al termine, un casello mi aspetterà e strada sarà stata fatta. E quando sarà il momento di pagare il pedaggio all’uscita, ricordati delle ventimila lire. Ce le danno per quello.

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