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Scampoli di vita

Come il pane ogni giorno

Non può essere fatto una volta per tutte. Non è capace di sfamarti per tutta la vita con una sola infornata, né di accompagnarti per più di una scarsa mezzora con i rumorini sottili che ancora fa quando viene tolto dal suo grembo caldo. “Se vuoi risentire quell’emozione, devi ripassare domani”, sembra dirti mentre piano si assesta e si calma dopo la corsa per crescere.

Come pane per il corpo, così il “ti voglio bene” per l’anima. Nasce nel caldo dell’intenzione, impasta pochi semplici ingredienti – disponibilità, attenzione, emozione, parole e gesti – mette se stesso come lievito in tutto questo, e in quello che nasce non li vedi più, perché senti un profumo nuovo prendere possesso dello spazio intorno a sé.

Al pari del figlio del grano e del lievito, è fatto per essere spezzato e per accompagnarsi al resto, per allietare la tavola e ognuno dei commensali, che conosci bene e per i quali hai riservato a ciascuno la sua parte, non sia mai che non basti. Né frammento va perduto, perché antica esperienza sa dove usarlo, e quando.

Ma già questa notte va preparata un’altra infornata per domani, e guai a dimenticarsi di impastarlo fin d’ora nel cuore e nei pensieri, se non vuoi far rimanere a secco i tuoi clienti migliori, che già di mattina presto busseranno al tuo negozio. Certo è fatica, ma quale dignità in tutto questo.

Dopotutto, di stesso amore è stato figlio tutto quel pane che ci vollero dodici ceste per portarlo via.

Come il pane ogni giorno

Un pensiero su “Come il pane ogni giorno

  1. fausto

    PROFUMO DI PANE

    di Fausto Corsetti

    I nostri genitori, se ne cadeva a terra un pezzetto, lo raccoglievano e impedivano che qualcuno potesse calpestarlo, anche solo per distrazione.
    Caldo, profumato, croccante e infarinante. Sì, proprio lui… il pane.
    Tutto ciò che ha relazione con la vita desta risonanze profonde in ciascuno di noi. Il sole, l’aria, il vento, la pioggia, i cicli della natura e i loro fenomeni sono parte di noi. Anche il pane, simbolo dei nostri bisogni primordiali, richiama questo nostro legame con la terra e la vita. Viene dal grano, la cui crescita e maturazione rispecchiano il trascorrere delle stagioni, che scandiscono il palpito della terra, il suo respiro vitale.
    Un tempo, si segnava con la croce la pagnotta fermentata prima di metterla in forno e si segnava prima di consumarla. E non era una “devozione privata”, ma il sigillo di una civiltà attenta e rispettosa dei doni della terra.
    Altri tempi, forse, ma non così lontani nella memoria…
    Ne sento ancora la suggestione ed ho un tuffo nel cuore di fronte allo spreco sconsiderato che oggi si fa del pane, e non del pane soltanto. Siamo costantemente immersi nell’”usa e getta”, una ricetta spietata che si applica non soltanto alle cose – cibi, abiti, giocattoli quasi nuovi, cianfrusaglie che il giorno prima avevano incantato lo spensierato acquirente – ma anche ai rapporti umani più intimi e coinvolgenti. Consumiamo e basta; senza neppure attardarci a cogliere il gusto, il profumo della vita e delle cose che ci circondano.
    In questo senso lo spreco del pane è una metafora della civiltà d’oggi. La mentalità del nostro tempo pone al vertice delle ambizioni il possesso delle cose, di troppe cose, trascinandoci pian piano in una spirale di ingordigia insaziabile che toglie la serenità del cuore. Da questa insaziabilità allo spreco il passo è breve. Lo spreco, infatti, non impressiona più; le città rischiano di soffocare sotto montagne di rifiuti, detriti di una cultura che offende l’intelligenza e insulta chi quotidianamente vive di stenti.
    Al mattino presto, camminando in città, mi capita di osservare persone impegnate nella ricerca nei cassonetti delle immondizie: sono l’emblema della sconsideratezza della nostra società, opulenta e sprecona, che sembra avviarsi così disinvoltamente al declino.
    Significativamente, tra quei rifiuti finiscono ogni tanto, senza che ne proviamo sufficiente orrore e vergogna, anche neonati “gettati via”. La vita come il pane, tra le immondizie.
    Nel silenzio… in disparte dovremmo interrogarci pesantemente e riflettere.
    Il lievito ha bisogno di tempo, di un tempo lungo, adeguato, per fermentare e far crescere la pasta che diventerà pane buono. Solo dopo, di primo mattino, mentre la città ancora dorme, il fornaio si alza, come sentinella, e mette sul fuoco quell’impasto pallido che porterà profumo, calore, colore alla nostra tavola.
    Non c’è rumore intorno. Occorrono tempo, spazio, silenzio perché si compiano le trasformazioni importanti che mutano l’esistenza. Allora, soltanto allora, saremo in grado di vedere le cose con lucidità, di compiere ciò che la vita chiede, di assaporare un pane buono, ben cotto, fatto per essere spezzato e soprattutto condiviso.

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